30th
Collezionista
Fin’ora nella vita non ho buttato via niente.
Mi pare già qualcosa.
Tags: io, filosoffesserie
Fin’ora nella vita non ho buttato via niente.
Mi pare già qualcosa.
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PHD Comics: The Economic Meltdown“You can BUY houses?”
(in case you didn’t already assume) i didn’t read past the first one before i hit the reblog button.
“Echoes”, dei Pink Floyd, sovrapposta alla sequenza finale di “2001 Odissea nello Spazio”. (La seconda e la terza parte le trovate qui.) (via phonkmeister)
KanemuKKhA (leggere anche il testo, oltre alla vignetta)
L’ altra sera, in campagna, era pieno di lucciole. Sono tornate, allora? Il famoso articolo di Pasolini sulla scomparsa dell’ amabile insetto che nella stagione degli amori mette su famiglia lampeggiando per boschi e forre è dunque obsoleto? Dicono i naturalisti che sì, grazie a quel poco di sensibilità ambientalista maturata negli ultimi anni, alla riduzione dell’ inquinamento luminoso e all’ introduzione delle colture biologiche, un certo ripopolamento è stato osservato. Chissà che ne penserebbe Pasolini. Chissà se rintraccerebbe un legame fra il ritorno delle lucciole e un fenomeno del quale si parla molto in questi giorni, e che viene definito, di volta in volta, rinascita, ritorno all’ impegno civile, esplosione del neo-neorealismo italiano, e via dicendo. Gomorra e Il Divo incassano un grande successo a Cannes. Deve esserne felice chiunque ami il cinema. E tutti quelli che non si sono mai rassegnati a considerare l’ arte - in senso latissimo - una mera branca dello show business, un affare di guitti all’ esclusivo servizio dell’ intrattenimento. Garrone e Sorrentino affrontano temi forti, e con un linguaggio che, da un lato, innova, dall’ altro si ricollega a una tradizione robustissima, attingendo con grande maestria e spudorata freschezza alla lezione dei Visconti, dei Fellini, dei Bunuel, di Lars von Trier e di Tarantino. Gomorra si ispira al best seller di Roberto Saviano, a sua volta elemento di devastante innovazione nel panorama letterario, ma ne prende presto le distanze, dimostrando, una volta di più, che cinema e scrittura possono produrre effetti pirotecnici quando corrono il consapevole rischio del tradimento. Sorrentino osa mettere in scena quel “processo” metaforico a Giulio Andreotti e alla “sua” Dc che il Poeta aveva evocato nei tumultuosi mesi che precedettero il suo assassinio. Se, poi, le sale sono piene, il gaudio è massimo, e ce n’ è quanto basta per gridare al miracolo. E domandarsi se, un giorno, non saremo capaci di realizzare una grande epopea sul capitalismo di casa nostra, una biografia di Gianni Agnelli, o addirittura (ma forse questo è chiedere troppo) un film sul Vaticano. Come in qualunque altro Paese civile. Come in America, dove già dall’ indomani delle Twin Towers si scrivono e si filmano cose tremende sul Presidente Bush e i suoi collaboratori, dove la morte di JFK ha creato una mitologia, dove opera gente del calibro di Ellroy, Roth e DeLillo. Ma da dove nasce il successo di due opere così ardite come Gomorra e Il Divo? Si tratta solo di un caso, o davvero sta succedendo qualcosa, in Italia, e allora non di caso dobbiamo parlare, ma di necessità? E soprattutto: che Italia è questa che raccontano Garrone e Sorrentino (e non solo loro), che italiani ne emergono? Qui la sensazione è di una profonda, acuta frattura fra gli artisti (ho pudore a usare una parola come “intellettuali”, tenuto conto dell’ elevato numero di Bouvard&Pécuchet che frequentano le case della gente per bene) e il resto del mondo. O, meglio, fra gli artisti e quella parte di pubblico che, oltre a seguirli, ne condivide le linee di fondo e il resto degli italiani. Non si tratta di vedere due realtà diverse e antitetiche: l’ Italia è sotto gli occhi di tutti, e tutti assistiamo, quotidianamente, allo stesso spettacolo. Molti, poi, nell’ uno e nell’ altro campo, condividono lo stesso giudizio critico sul “malpaese”. Ma La Casta e i “vaffa” grilliani, ad esempio, non hanno niente in comune con Gomorra (libro&film), I fantasmi di Portopalo di Bellu, la saga di Montalbano e quella dell’ Alligatore di Carlotto, Come Dio comanda di Ammaniti. Il fatto è che una propaganda martellante si sforza di convincerci, giorno dopo giorno, che viviamo in un Paese assolutamente lineare, privo di zone d’ ombra, nettamente suddiviso fra villani e giusti (rectius: giustizieri). I ragazzi, i nostri ragazzi: o bamboccioni o bulli, senza via di mezzo. Le strade: ostaggio di zingari rapitori di bambini e orde di romeni assassini. Accattoni, tagger e lavavetri, poveri e miseri come le nuove “classi pericolose” del dopo 11 settembre. I carcerati? In vacanza in alberghi a cinque stelle. I Cpt? Una dolorosa necessità. E mentre ci balocchiamo con citazioni sulla “paura liquida”, i network criminali accumulano “liquidi”. E giù con livore, leggi speciali, filo spinato. Ecco. La peculiarità di Garrone e Sorrentino, ma anche di tanti altri registi, scrittori, uomini di teatro, è, in questa fase, un’ altra. Le loro non sono scritture né di critica né di denuncia. L’ ambizione è diversa. Intanto, definire una complessità oltre la superficie dei luoghi comuni. Poi, individuare, di questa complessità, gli snodi essenziali. E, infine, svelare quei meccanismi che ci fanno apparire semplice ciò che tale non è. In una parola, stiamo parlando di scritture della complessità. Scritture che non hanno timore di interrogarsi sulle cause, “malvezzo” che la propaganda liquida come sociologismo d’ accatto. Scritture che, per usare un’ espressione di Carlo Lucarelli, si fanno le domande cattive che gli altri tacciono. Dobbiamo prenderne atto (con una certa soddisfazione): queste domande, oggi, se le pongono in molti. E non solo fra chi fa cultura, ma anche fra chi ne fruisce. L’ entusiasmo, in certi campi, è sempre un azzardo. Altre volte, in anni recenti, ci siamo convinti che le cose stessero cambiando. Ma poi, passata una breve stagione, tutto è sembrato spegnersi. Abbiamo visto nascere e rapidamente tramontare, nel cinema, astri luminosi. E, alla fine, ha ripreso a circolare fra gli addetti ai lavori la diceria che certi temi, da noi, è meglio non affrontarli. Tenersi alla larga da immigrazione, precariato, bande giovanili e criminalità organizzata, malefatte politiche, aborto, omosessualità e dalla storia patria non solo allunga la vita, ma ti mette al riparo dal sito in assoluto più temuto e aborrito: la nicchia. Ma un cauto ottimismo si giustifica se non ci limitiamo al cinema, se allarghiamo l’ orizzonte. Allora sì che Garrone e Sorrentino ci possono apparire non fenomeni episodici, ma punte di un iceberg che si è venuto costruendo negli anni e che ora sembra incontrare una definitiva consacrazione. In letteratura si parla da anni del “noir italiano”: definizione quanto mai approssimativa che è però servita a connotare, e poi a imporre, una scrittura autonoma e originale. I vari Camilleri, Ammaniti, Lucarelli, Carlotto, Wu Ming (per limitarsi solo a qualche nome eccellente), hanno, in realtà, poco a che spartire con il noir (genere morto e sepolto da quasi cinquant’ anni) e men che meno con il giallo tradizionale. E sono, fra loro, diversissimi, per lingua e struttura. Tuttavia, alcuni elementi comuni sono evidenti. La ricerca di un codice di comunicazione con un numero sempre crescente di lettori. La preferenza per storie di ampio respiro, con correlata insofferenza per l’ angusto recinto dell’ introspezione e del solipsismo. La repulsione verso il gaio gioco letterario di impronta postmoderna che ogni contraddizione scioglie in un’ ironia leggiadra e leggera, sorta di monito al lettore perché diffidi dell’ autore, come di se stesso, in quanto, in definitiva, tutto al mondo è burla e nulla merita d’ essere preso sul serio. Infine, il fuoco costantemente puntato sull’ Italia. L’ Italia del mutamento, quella che è sotto gli occhi di tutti, e l’ Italia immutabile che si è costruita, attraverso i secoli, grazie alle innumerevoli stratificazioni che si sono sedimentate dentro il carattere nazionale. Da qui romanzi sull’ oggi e romanzi storici, racconti sulle periferie e sulle campagne ma anche grandi epopee sulla guerra, sui momenti di snodo della vita nazionale, rievocazioni del Fascismo e della Resistenza, della campagna d’ Africa e via dicendo. E, come Sorrentino e Garrone, anche questi scrittori non nascono dal nulla. E conservano nel bagaglio della tradizione Moravia, il Pirandello de I vecchi e i giovani, il grande romanzo ottocentesco, e, naturalmente, Sciascia, Gadda e Pasolini. Proprio perché il “genere”, per questi autori, non s’ è mai esaurito in se stesso, ne è derivata una proficua disseminazione. Ci sono altri autori che mi sfiderebbero a duello se si ritrovassero inseriti in un sia pur sommario elenco, ma nella cui scrittura si sono insinuate contaminazioni che innegabilmente derivano dal “noir” italiano. Ciò è accaduto di là dalle loro intenzioni, forse contro le loro intenzioni, ma è accaduto: difficile non cogliere elementi di analogia, ad esempio, in quell’ impressionante impasto di cronaca, metafora, erotismo e alienazione borgatara che è Il contagio di Walter Siti. Da anni, poi, il teatro è luogo d’ elezione di avanzatissimi fermenti. Davvero l’ elenco sarebbe lunghissimo. Il Teatro di guerra di Martone. L’ oratoria civile di Marco Paolini, da Vajont a I-TIGI e Il Sergente, memorabili esempi di felice connubio fra un signore del palcoscenico e scrittori come Mario Rigoni Stern e Daniele Del Giudice. E ancora, la dolente e tenera controstoria d’ Italia del cantastorie Ascanio Celestini. I Mai morti di Renato Sarti&Bebo Storti, acre rievocazione della X Mas, per non dire dei Paravidino, Koreja, Cortellesi, Scena Verticale, Emma Dante. Esperienze certo diverse fra loro, ma tutte legate da una non comune forza espressiva e dalla tenace volontà di “sporcarsi le mani”. Raccontare l’ Italia e gli italiani, al cinema, a teatro, nei libri. Chiamiamolo neo-neorealismo. Chiamiamolo new italian epic. Le etichette lasciano il tempo che trovano. Qualcosa sta davvero accadendo, è sotto gli occhi di tutti, prendiamone atto. Non stiamo definitivamente parlando di caso, ma di necessità. Le lucciole sono tornate, ma sono ancora pochine. Per il momento convivono con le mille luci che ne ostacolano l’ accoppiamento, cercano strategie di sopravvivenza, e intanto riprendono il proprio posto nelle notti di fine primavera. Ci sono, e questo ci conforta. Siamo abituati a pensare che in Italia, alla fine, tout se tiens: lucciole e inquinamento, abnegazione e opportunismo, eroismo e menefreghismo, genialità e cialtroneria. Ma prima o poi dovremo scegliere da che parte stare. Le grandi multisale del Nord continuano a riempirsi di moltitudini di ragazzini attratti da garbate commediole a base di pruriti adolescenziali e di sane famiglie avide di scollacciate pellicole vacanziere. Ma l’ altro cinema si è guadagnato il suo spazio: non più “nicchia”, ma concorrente robusto e inquietante. Così come negli scaffali delle librerie, fra lividi pamphlet contro tutto e contro tutti, manualistica sulla seduzione fai-da-te, agiografie di veline e velinari e barzellette sulla castroneria nazionale, da anni ormai campeggia il nucleo “hard-core” di una letteratura “non identificata” che si danna l’ anima per afferrare i contorni troppo spesso indecifrabili dell’ Italia, il mutamento antropologico del suo presente e le ossessioni del suo eterno e inattaccabile spessore reazionario. La partita è appena cominciata. E l’ esito, tutt’ altro che scontato.
Credo sia arrivato il momento di ritenere conclusa una fase importante del “giallo” italiano e cioè la sua vocazione collettiva di usare lo strumento del romanzo per raccontare la realtà di questo paese. Uso volutamente il termine improprio e obsoleto di “giallo” per delimitare in modo preciso un territorio della letteratura di genere che, in questo periodo, sta subendo trasformazioni significative e positive imboccando altre strade, magari riguardando al passato per interrogarsi sul presente come nel caso nella new italian epic.
Per molto tempo si è detto e si è scritto che il noir e il poliziesco italiano erano la letteratura della realtà. Tutto questo a partire dalla convinzione che raccontare una storia criminale che si sviluppava in un tempo e in un luogo era una scusa per descrivere quella sociale, politica, storica ed economica che circondava gli avvenimenti narrati nel romanzo.
In realtà è stato vero solo in parte perché, al di là delle dichiarazioni d’intenti, non è mai stato affrontato il problema principale e cioè la natura stessa del crimine e il suo ruolo in questo preciso momento storico. E politico.
Il “giallo” italiano ha avuto i suoi momenti migliori quando ha intuito l’importanza del “luogo” e la necessità che venisse raccontato dagli autori che ci vivevano e/o vi lavoravano. E poi la sfida di voler colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa quasi totale del giornalismo d’inchiesta. Una fase complessivamente importante scandita da un fitto dibattito tra gli autori e un folto pubblico che aveva iniziato a interagire in varie forme con questa esperienza di cui era stata percepito anche lo spessore politico creando interesse e curiosità in molti paesi europei. Ma alla fine la contraddizione è divenuta così evidente che non è stato più possibile aggirarla o evitarla. Proprio oggi, nel momento in cui è più che evidente che il pilastro strutturale del “sistema Italia” si regge sul rapporto tra criminalità organizzate (in tutte le forme possibili) e il mondo politico, imprenditoriale e finanziario, la maggioranza degli scrittori ha scelto di raccontare altro e di evitare di misurarsi su questo terreno. Eppure non c’è settore di questo paese che non sia investito dal crimine e che non sia esso stesso produttore di illegalità. Quell’illegalità diffusa che erode in termini sempre più significativi la qualità della nostra vita e dei nostri diritti. Dall’evasione fiscale all’inquinamento ambientale, dalla sofisticazione alimentare alla malasanità tanto per citare cose stranote. Il mondo politico così impegnato a cavalcare una vergognosa campagna sulla sicurezza preferisce ignorare, e se ne comprendono le ragioni, le infiltrazioni criminali nel proprio tessuto ormai così difficilmente estirpabili che parlare di fenomeno è ormai fuori luogo. È comprensibile anche il silenzio dei media che hanno ben altro di meno ansiogeno da gettare in pasto all’opinione pubblica. Gratta la crosta di un caso qualsiasi di criminalità (vera) e trovi il mondo politico e le sue connessioni.
A parte qualche eccezione, l’Italia che emerge dal giallo italiano è sempre più distante dal paese e rifugge pervicacemente ogni tipo di analisi. E questa volta gli editori non c’entrano. Hanno la responsabilità di aver pubblicato negli ultimi anni qualsiasi cosa avesse un morto nelle prime tre pagine ma sono stati gli autori a scegliere di dedicarsi a una pregevole letteratura di puro intrattenimento che finge di azzannare storie “importanti” ma è ben attenta a starne lontano. Storie a lieto fine dove il caos determinato dal crimine viene ricomposto dalla soluzione che vede trionfante la giustizia. E’ vero che il romanzo poliziesco è nato con lo scopo “sociale” di reificare l’ansia del lettore determinata dal pensiero della morte e che negli anni si è allargato fino a comprendere un’ampia gamma di fattori ansiogeni. Ma questo ruolo è già svolto in maniera totalizzante dalla televisione. Il circo mediatico del delitto familiare, del mistero stagionale e dell’emergenza sicurezza dell’ultimo minuto è ormai una macchina perfetta.
Non vi è nessuna disonestà intellettuale in questa scelta di “maggioranza”. Semplicemente il “giallo” è tornato a essere letteratura puramente consolatoria, scritta in maniera assolutamente professionale da autori in buona parte politicamente convinti della giustezza di riaffermare nei romanzi la legalità dello Stato.
Come giustamente ha sottolineato Giancarlo De Cataldo in un importante articolo apparso recentemente su Repubblica e intitolato “Raccontare l’Italia senza paura di sporcarsi le mani” le scritture della complessità (quelle che non hanno timore di interrogarsi sulle cause) oggi, pur arrivando da esperienze diverse (cinema, teatro, letteratura), si intrecciano e si evidenziano in “quel fenomeno del quale si parla molto in questi giorni, e che viene definito, di volta in volta, rinascita, ritorno all’impegno civile, esplosione del neo-neorealismo italiano, e via dicendo”.
A partire dal successo di Gomorra e del Divo, con un’analisi che sottoscrivo pienamente, De Cataldo, mette anche in evidenza che è possibile raccontare l’Italia senza timore della nicchia e, citando Lucarelli, avventurarsi nelle “domande cattive che gli altri tacciono”.
L’avvertenza finale è che la partita è appena cominciata e l’esito è ancora incerto. Vero anche questo: abbiamo assistito alla nascita e alla scomparsa di fenomeni che dovevano, nelle intenzioni, trasformarsi in formidabili strumenti di cambiamento e che si sono sciolti come neve al sole.
Secondo De Cataldo le sigle lasciano il tempo che trovano e anche su questo ha certamente ragione ma a volte, proprio perché nulla nasce dal caso, non è possibile staccarsi da un’identità che si è giudicata fondamentale per la propria formazione. Da tempo, o meglio da un bel po’ di romanzi fa, dichiaro la mia appartenenza al Noir Mediterraneo che non è mai diventato fenomeno e tantomeno movimento. Si è trattato perlopiù di una percezione, di un senso di appartenenza, di un punto di vista che ha privilegiato mescolare l’indagine al romanzo. Non solo come momento di raccolta di materiale ma anche come tessuto stesso della narrazione. E oggi sono ancora più convinto di ieri della possibilità di sviluppi e sperimentazioni che allarghino l’orizzonte dell’indagine e il suo inserimento nella struttura narrativa. Mi piace anche l’idea di tentare di delimitare geograficamente questo mare chiuso, eterno luogo di conflitti, crocevia di traffici e circondato da città antichissime, profondamente segnate dal crimine per disegnare una mappa di storie in grado di raccontare la sua specificità. La sua complessità, appunto.
Oggi il Noir Mediterraneo come l’aveva inteso Jean Claude Izzo è morto e sepolto e non ha nemmeno senso continuare a parlarne se non nella prospettiva di conservazione della memoria di una svolta importante. Ma forse c’è davvero spazio per un punto di vista “altro”, geograficamente e culturalmente caratterizzato, ma allo stesso tempo interno (e riconosciuto) a quella rinascita, a quell’impegno civile, citati nell’articolo di De Cataldo.