Scansioni RSS

Le righe del web

Archive

Sep
30th
Tue
permalink

Collezionista

filosoffessa:

Fin’ora nella vita non ho buttato via niente.

Mi pare già qualcosa.

Tags: io, filosoffesserie

permalink
addictions:


PHD Comics: The Economic Meltdown“You can BUY houses?”
permalink
lapupachasonno:


strepitupido:

aspettandoellis:

spacelola:

lovebot:
(in case you didn’t already assume) i didn’t read past the first one before i hit the reblog button.

lapupachasonno:

strepitupido:

aspettandoellis:

spacelola:

lovebot:

(in case you didn’t already assume) i didn’t read past the first one before i hit the reblog button.

Sep
23rd
Tue
permalink

keplero:

“Echoes”, dei Pink Floyd, sovrapposta alla sequenza finale di “2001 Odissea nello Spazio”. (La seconda e la terza parte le trovate qui.) (via phonkmeister)
permalink
Sep
22nd
Mon
permalink
permalink
phonkmeister:


KanemuKKhA  (leggere anche il testo, oltre alla vignetta)

phonkmeister:

KanemuKKhA (leggere anche il testo, oltre alla vignetta)
permalink
Jul
21st
Mon
permalink

Dopo le vacanze

Quello che fa sempre piacere quando si torna da due settimane al mare è che il mondo è uguale a prima: i treni sono in ritardo, Milano è grigia e afosa e le tabaccherie, come ogni estate, sono più chiuse che aperte, l’ufficio ha persino i granelli di polvere allo stesso posto e il capo sempre la stessa faccia. Oh, che bello, quasi quasi l’anno prossimo non ci vado neanche al mare!
Jun
27th
Fri
permalink

Raccontare l' Italia senza avere paura di sporcarsi le mani di Giancarlo De Cataldo (Repubblica 8 giugno 2008)

L’ altra sera, in campagna, era pieno di lucciole. Sono tornate, allora? Il famoso articolo di Pasolini sulla scomparsa dell’ amabile insetto che nella stagione degli amori mette su famiglia lampeggiando per boschi e forre è dunque obsoleto? Dicono i naturalisti che sì, grazie a quel poco di sensibilità ambientalista maturata negli ultimi anni, alla riduzione dell’ inquinamento luminoso e all’ introduzione delle colture biologiche, un certo ripopolamento è stato osservato. Chissà che ne penserebbe Pasolini. Chissà se rintraccerebbe un legame fra il ritorno delle lucciole e un fenomeno del quale si parla molto in questi giorni, e che viene definito, di volta in volta, rinascita, ritorno all’ impegno civile, esplosione del neo-neorealismo italiano, e via dicendo. Gomorra e Il Divo incassano un grande successo a Cannes. Deve esserne felice chiunque ami il cinema. E tutti quelli che non si sono mai rassegnati a considerare l’ arte - in senso latissimo - una mera branca dello show business, un affare di guitti all’ esclusivo servizio dell’ intrattenimento. Garrone e Sorrentino affrontano temi forti, e con un linguaggio che, da un lato, innova, dall’ altro si ricollega a una tradizione robustissima, attingendo con grande maestria e spudorata freschezza alla lezione dei Visconti, dei Fellini, dei Bunuel, di Lars von Trier e di Tarantino. Gomorra si ispira al best seller di Roberto Saviano, a sua volta elemento di devastante innovazione nel panorama letterario, ma ne prende presto le distanze, dimostrando, una volta di più, che cinema e scrittura possono produrre effetti pirotecnici quando corrono il consapevole rischio del tradimento. Sorrentino osa mettere in scena quel “processo” metaforico a Giulio Andreotti e alla “sua” Dc che il Poeta aveva evocato nei tumultuosi mesi che precedettero il suo assassinio. Se, poi, le sale sono piene, il gaudio è massimo, e ce n’ è quanto basta per gridare al miracolo. E domandarsi se, un giorno, non saremo capaci di realizzare una grande epopea sul capitalismo di casa nostra, una biografia di Gianni Agnelli, o addirittura (ma forse questo è chiedere troppo) un film sul Vaticano. Come in qualunque altro Paese civile. Come in America, dove già dall’ indomani delle Twin Towers si scrivono e si filmano cose tremende sul Presidente Bush e i suoi collaboratori, dove la morte di JFK ha creato una mitologia, dove opera gente del calibro di Ellroy, Roth e DeLillo. Ma da dove nasce il successo di due opere così ardite come Gomorra e Il Divo? Si tratta solo di un caso, o davvero sta succedendo qualcosa, in Italia, e allora non di caso dobbiamo parlare, ma di necessità? E soprattutto: che Italia è questa che raccontano Garrone e Sorrentino (e non solo loro), che italiani ne emergono? Qui la sensazione è di una profonda, acuta frattura fra gli artisti (ho pudore a usare una parola come “intellettuali”, tenuto conto dell’ elevato numero di Bouvard&Pécuchet che frequentano le case della gente per bene) e il resto del mondo. O, meglio, fra gli artisti e quella parte di pubblico che, oltre a seguirli, ne condivide le linee di fondo e il resto degli italiani. Non si tratta di vedere due realtà diverse e antitetiche: l’ Italia è sotto gli occhi di tutti, e tutti assistiamo, quotidianamente, allo stesso spettacolo. Molti, poi, nell’ uno e nell’ altro campo, condividono lo stesso giudizio critico sul “malpaese”. Ma La Casta e i “vaffa” grilliani, ad esempio, non hanno niente in comune con Gomorra (libro&film), I fantasmi di Portopalo di Bellu, la saga di Montalbano e quella dell’ Alligatore di Carlotto, Come Dio comanda di Ammaniti. Il fatto è che una propaganda martellante si sforza di convincerci, giorno dopo giorno, che viviamo in un Paese assolutamente lineare, privo di zone d’ ombra, nettamente suddiviso fra villani e giusti (rectius: giustizieri). I ragazzi, i nostri ragazzi: o bamboccioni o bulli, senza via di mezzo. Le strade: ostaggio di zingari rapitori di bambini e orde di romeni assassini. Accattoni, tagger e lavavetri, poveri e miseri come le nuove “classi pericolose” del dopo 11 settembre. I carcerati? In vacanza in alberghi a cinque stelle. I Cpt? Una dolorosa necessità. E mentre ci balocchiamo con citazioni sulla “paura liquida”, i network criminali accumulano “liquidi”. E giù con livore, leggi speciali, filo spinato. Ecco. La peculiarità di Garrone e Sorrentino, ma anche di tanti altri registi, scrittori, uomini di teatro, è, in questa fase, un’ altra. Le loro non sono scritture né di critica né di denuncia. L’ ambizione è diversa. Intanto, definire una complessità oltre la superficie dei luoghi comuni. Poi, individuare, di questa complessità, gli snodi essenziali. E, infine, svelare quei meccanismi che ci fanno apparire semplice ciò che tale non è. In una parola, stiamo parlando di scritture della complessità. Scritture che non hanno timore di interrogarsi sulle cause, “malvezzo” che la propaganda liquida come sociologismo d’ accatto. Scritture che, per usare un’ espressione di Carlo Lucarelli, si fanno le domande cattive che gli altri tacciono. Dobbiamo prenderne atto (con una certa soddisfazione): queste domande, oggi, se le pongono in molti. E non solo fra chi fa cultura, ma anche fra chi ne fruisce. L’ entusiasmo, in certi campi, è sempre un azzardo. Altre volte, in anni recenti, ci siamo convinti che le cose stessero cambiando. Ma poi, passata una breve stagione, tutto è sembrato spegnersi. Abbiamo visto nascere e rapidamente tramontare, nel cinema, astri luminosi. E, alla fine, ha ripreso a circolare fra gli addetti ai lavori la diceria che certi temi, da noi, è meglio non affrontarli. Tenersi alla larga da immigrazione, precariato, bande giovanili e criminalità organizzata, malefatte politiche, aborto, omosessualità e dalla storia patria non solo allunga la vita, ma ti mette al riparo dal sito in assoluto più temuto e aborrito: la nicchia. Ma un cauto ottimismo si giustifica se non ci limitiamo al cinema, se allarghiamo l’ orizzonte. Allora sì che Garrone e Sorrentino ci possono apparire non fenomeni episodici, ma punte di un iceberg che si è venuto costruendo negli anni e che ora sembra incontrare una definitiva consacrazione. In letteratura si parla da anni del “noir italiano”: definizione quanto mai approssimativa che è però servita a connotare, e poi a imporre, una scrittura autonoma e originale. I vari Camilleri, Ammaniti, Lucarelli, Carlotto, Wu Ming (per limitarsi solo a qualche nome eccellente), hanno, in realtà, poco a che spartire con il noir (genere morto e sepolto da quasi cinquant’ anni) e men che meno con il giallo tradizionale. E sono, fra loro, diversissimi, per lingua e struttura. Tuttavia, alcuni elementi comuni sono evidenti. La ricerca di un codice di comunicazione con un numero sempre crescente di lettori. La preferenza per storie di ampio respiro, con correlata insofferenza per l’ angusto recinto dell’ introspezione e del solipsismo. La repulsione verso il gaio gioco letterario di impronta postmoderna che ogni contraddizione scioglie in un’ ironia leggiadra e leggera, sorta di monito al lettore perché diffidi dell’ autore, come di se stesso, in quanto, in definitiva, tutto al mondo è burla e nulla merita d’ essere preso sul serio. Infine, il fuoco costantemente puntato sull’ Italia. L’ Italia del mutamento, quella che è sotto gli occhi di tutti, e l’ Italia immutabile che si è costruita, attraverso i secoli, grazie alle innumerevoli stratificazioni che si sono sedimentate dentro il carattere nazionale. Da qui romanzi sull’ oggi e romanzi storici, racconti sulle periferie e sulle campagne ma anche grandi epopee sulla guerra, sui momenti di snodo della vita nazionale, rievocazioni del Fascismo e della Resistenza, della campagna d’ Africa e via dicendo. E, come Sorrentino e Garrone, anche questi scrittori non nascono dal nulla. E conservano nel bagaglio della tradizione Moravia, il Pirandello de I vecchi e i giovani, il grande romanzo ottocentesco, e, naturalmente, Sciascia, Gadda e Pasolini. Proprio perché il “genere”, per questi autori, non s’ è mai esaurito in se stesso, ne è derivata una proficua disseminazione. Ci sono altri autori che mi sfiderebbero a duello se si ritrovassero inseriti in un sia pur sommario elenco, ma nella cui scrittura si sono insinuate contaminazioni che innegabilmente derivano dal “noir” italiano. Ciò è accaduto di là dalle loro intenzioni, forse contro le loro intenzioni, ma è accaduto: difficile non cogliere elementi di analogia, ad esempio, in quell’ impressionante impasto di cronaca, metafora, erotismo e alienazione borgatara che è Il contagio di Walter Siti. Da anni, poi, il teatro è luogo d’ elezione di avanzatissimi fermenti. Davvero l’ elenco sarebbe lunghissimo. Il Teatro di guerra di Martone. L’ oratoria civile di Marco Paolini, da Vajont a I-TIGI e Il Sergente, memorabili esempi di felice connubio fra un signore del palcoscenico e scrittori come Mario Rigoni Stern e Daniele Del Giudice. E ancora, la dolente e tenera controstoria d’ Italia del cantastorie Ascanio Celestini. I Mai morti di Renato Sarti&Bebo Storti, acre rievocazione della X Mas, per non dire dei Paravidino, Koreja, Cortellesi, Scena Verticale, Emma Dante. Esperienze certo diverse fra loro, ma tutte legate da una non comune forza espressiva e dalla tenace volontà di “sporcarsi le mani”. Raccontare l’ Italia e gli italiani, al cinema, a teatro, nei libri. Chiamiamolo neo-neorealismo. Chiamiamolo new italian epic. Le etichette lasciano il tempo che trovano. Qualcosa sta davvero accadendo, è sotto gli occhi di tutti, prendiamone atto. Non stiamo definitivamente parlando di caso, ma di necessità. Le lucciole sono tornate, ma sono ancora pochine. Per il momento convivono con le mille luci che ne ostacolano l’ accoppiamento, cercano strategie di sopravvivenza, e intanto riprendono il proprio posto nelle notti di fine primavera. Ci sono, e questo ci conforta. Siamo abituati a pensare che in Italia, alla fine, tout se tiens: lucciole e inquinamento, abnegazione e opportunismo, eroismo e menefreghismo, genialità e cialtroneria. Ma prima o poi dovremo scegliere da che parte stare. Le grandi multisale del Nord continuano a riempirsi di moltitudini di ragazzini attratti da garbate commediole a base di pruriti adolescenziali e di sane famiglie avide di scollacciate pellicole vacanziere. Ma l’ altro cinema si è guadagnato il suo spazio: non più “nicchia”, ma concorrente robusto e inquietante. Così come negli scaffali delle librerie, fra lividi pamphlet contro tutto e contro tutti, manualistica sulla seduzione fai-da-te, agiografie di veline e velinari e barzellette sulla castroneria nazionale, da anni ormai campeggia il nucleo “hard-core” di una letteratura “non identificata” che si danna l’ anima per afferrare i contorni troppo spesso indecifrabili dell’ Italia, il mutamento antropologico del suo presente e le ossessioni del suo eterno e inattaccabile spessore reazionario. La partita è appena cominciata. E l’ esito, tutt’ altro che scontato.

GIANCARLO DE CATALDO

Jun
26th
Thu
permalink
permalink
Sabato mattina, il corso principale di una grande città italiana. La gente entra nei negozi di abbigliamento, infila gli ombrelli bagnati nelle buste oblunghe di plastica in distribuzione sulla soglia, per non sgocciolare. Dentro c’è musica ritmata, una bolla sonora irradiata dalle merci. Da fuori arriva un’altra percussione vocale. “Duce, duce!” Sono trenta, forse quaranta. Vestiti di nero, capelli corti, le croci celtiche sulle bandiere. Qualcuno ha in mano un bastone. Camminano tenendo il braccio destro teso. Sento salire un brivido di rabbia e sconforto, sudo freddo. Il drappello di Forza Nuova prosegue la sua passeggiata sbruffona. Li seguo per qualche metro. Sfilano via, nell’indifferenza generale (indifferenza coadiuvata dall’ostentazione dei bastoni). Una signora che viene nella direzione opposta mi guarda in faccia con una delle smorfie più atroci che abbia mai visto: la signora sta sorridendo. Prova vergogna anche lei? Oppure si compiace di questi bravi ragazzi italiani?
— di Tiziano Scarpa (via lollodj) (via raelisreal)
permalink

Non ho più certezze

phonkmeister:

Zio Bambino, Wittgenstein è passato a Wordpress.
ORCA, CHE SHOCK!
Jun
25th
Wed
permalink

Sì, però, scusate...

ma che palle tutte ‘ste lamentele sul caldo, l’afa e blablabla, manco fossimo nel sahara. Dura un mese l’anno, forse meno, ‘sto caldo, e godetevelo, no? Spogliatevi e sudate. Che fa anche bene alla salute. Tanto tra un mese ricomincia l’autunno. Uff…mi sono accalorato, adesso, accidenti!
Jun
24th
Tue
permalink

La mia carriera

Ho iniziato la mia carriera che avevo un capo. Certo, un capo lo hanno tutti, sai che novità, ma quello che avevo io mi spiegava le tabelline da fare in Lotus 1-2-3 (che era anche un nome carino) prendendo un foglio bianco, matita e righello, e disegnandomi la tabella, con tutti i numeri, le righe e i quadratini al posto giusto. Dovevo solo ricopiarla in Lotus e non mi sentivo affatto intelligente.
Sono passati 19 anni e oggi ho un capo che mi spiega le tabelle da fare in Excel (che è anche un nome così così), prendendo un foglio e fa le righe un po’ alla cazzo, senza righello, scrivendo numeri qua e là.
Così, siccome adesso ci ho le righe da mettere tutte a posto perbenino, e pure i numeri, mi sento molto intelligente e capisco di avere fatto carriera. Ho sempre un capo e faccio le tabelline, però è tutto diverso e molto più affascinante. Vuoi mettere, avere tutte le righine e i numerini da sistemare? Senza contare il risparmio di righello.